Sabato, 25 Marzo 2017 10:09

Risonanza e dissonanza emotiva In evidenza

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Designed by FreepikSul piano emozionale, creiamo più "duetti" o "duelli"?

Gli studi sull'Intelligenza Emotiva, iniziati da Daniel Goleman negli anni ottanta del secolo scorso e tutt'ora in una fase molto fertile, stanno cambiando l’approccio al mondo delle emozioni, in maniera lenta ma continua, soprattutto in ambito lavorativo.

Se fino a circa trent’anni fa le aziende misuravano la validità di un candidato secondo i vecchi canoni del QI (quoziente intellettivo), oggi, nelle imprese più evolute e proiettate nel futuro, questa misurazione viene fatta su quello che possiamo abbreviare in QE (quoziente emotivo). In altre parole, si privilegiano i soggetti con spiccate attitudini relazionali come: consapevolezza di sé, gestione di sé, consapevolezza sociale e gestione delle relazioni. Tutte doti imprescindibili, ad esempio, per un leader che sia degno di questo nome.

Al di là del mondo aziendale, risulta comunque che le caratteristiche positive degli individui con un alto quoziente di Intelligenza Emotiva, in ogni ambito relazionale, da quello famigliare a quello lavorativo, garantiscono loro una qualità della vita invidiabile proprio sul piano del benessere emotivo.

Come nella musica, un rapporto a due, per esempio, può dar vita a una relazione di risonanza o di dissonanza, ove per risonanza si intende “essere sulla stessa lunghezza d’onda”, ovvero creare una sintonia emozionale, garantire una riduzione del rumore, delle incomprensioni, delle noie relazionali, mentre la dissonanza è esattamente il contrario.

Designed by FreepikCi si sta rendendo sempre più conto di come tutto questo dipenda dal nostro cervello emotivo: il sistema limbico, la sede dei nostri centri emozionali, in cui l'amigdala ha il ruolo di mediatore centrale, è infatti un circuito aperto e può subire sempre il contagio emotivo.

In altri sistemi che sono chiusi - come quello circolatorio - ciò che accade nel circuito di chi sta vicino a noi non ha alcun impatto sul nostro. Se il mio interlocutore ha la pressione sanguigna alta, io nemmeno me ne rendo conto e la mia pressione non risente in alcun modo di questo. Ma se il mio interlocutore è in pathos, se piange, se è alterato dalla rabbia, se è commosso, se ride a crepapelle, le mie emozioni ne vengono influenzate: non posso rimanere indifferente alle emozioni dell’altro, a meno che io non soffra di una patologia come l’alessitimia.

Goleman afferma che quando due persone si incontrano, le loro amigdale entrano in connessione immediata. Qui può avvenire, tornando alla metafora musicale, che si inneschi una risonanza di emozioni positive, che darà vita a una melodia relazionale e farà star bene entrambi, oppure una dissonanza (emozioni negative), una stonatura, un’assenza di sintonia, che genererà malessere e disarmonia.

È come se ci fossero due strade potenziali:
•    quella del duetto, in cui le due amigdale, come strumenti perfettamente accordati e suonati da bravi orchestrali entrano in sintonia e danno vita a una piacevole melodia;
•    quella del duello, dove avviene il contrario e si crea rumore, stridore, stonatura, disarmonia.

C’è un modo per aumentare le possibilità di risonanza?

Designed by jcomp / FreepikSì, è quello di coltivare la propria Intelligenza Emotiva, la cui conditio sine qua non è la capacità di essere empatici, riuscendo a cogliere le emozioni dell’altro con vivo interesse ed assenza di giudizio.
Non significa “volemose bene”, significa piuttosto considerare con rispetto e attenzione i sentimenti dell’altro, quindi prendere decisioni intelligenti, che tengano conto di questi sentimenti, e che permettano una relazione sana, in cui si vince in due.

La capacità di essere empatici da adulti, come scrisse Goleman nel libro “L’intelligenza Emotiva”, dipende da quanta sintonia emozionale abbiamo vissuto con almeno uno dei nostri genitori, quando eravamo neonati prima e bambini poi. In altre parole l’empatia è un dono che si acquisisce o meno da piccoli, e riguarda soprattutto la capacità di leggere il piano non verbale della comunicazione, ovvero le espressioni del viso, i gesti, i movimenti del corpo, i pruriti che scattano durante la comunicazione.

Che tu ti riconosca un adulto molto, poco o per nulla empatico, la possibilità di apprendere l’alfabeto non verbale esiste e ti offrirebbe la possibilità di incrementare questa attitudine e fare in modo che la tua amigdala non ti sequestri a livello emotivo ma che, passando le informazioni all’emisfero sinistro arricchito di questo bagaglio culturale, ti spinga ad agire nel migliore dei modi… più spesso di quanto credi.

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Sergio Omassi

Formatore in Comunicazione Efficace, Life Coach
Esperto di linguaggio non verbale


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