Intelligenza Emotiva e Intelligenza Gruppale

Purtroppo non esiste una “cultura emozionale”.

Nessuno di noi alla “scuola dell’obbligo” ha potuto godere di programmi di “alfabetizzazione emozionale”, grazie ai quali imparare le capacità interpersonali essenziali per una vita serena e appagante. Tali capacità sono fondamentali proprio come quelle intellettuali, poiché servono a equilibrare la razionalità con la compassione: mente e cuore hanno bisogno l’una dell’altro.

Relatore: Sergio Omassi | Trainer e coach in Discipline Analogiche, esperto di Ipnosi Dinamica e Problem Solving in chiave strategica.

TEMATICHE CON APPROFONDIMENTO POSSIBILE, PER UN INCONTRO DI 90’:

1. È davvero azzeccata la denominazione “Homo Sapiens” per la nostra specie?

2. Le condizioni necessarie per l’intelligenza emotiva: Autoconsapevolezza e Autocontrollo.

3. La zona dorata, a metà strada tra l’ansia e la noia: Il Flusso (the flow), ossia la neurobiologia dell’eccellenza.

4. Quando più “flussi” individuali alimentano un grande flusso… il Gruppo diventa vincente.

5. Caratteristiche di un gruppo.

5.a. Solo con la collaborazione dei singoli è possibile far uscire l'intelligenza gruppale.

5.b. Yesbutter e Whynotter: Individui “sì, però…” e individui “perché no?”, come influenzano il gruppo.

6. Il linguaggio analogico del corpo: una mappa interattiva per leggere, in tempo reale, le proprie e le altrui emozioni.


 

1. È davvero azzeccata la denominazione “Homo Sapiens” per la nostra specie?

homo sapiensL'espressione latina significa “Uomo in grado di pensare”, e siamo tutti d’accordo su questa capacità eccezionale che abbiamo, rispetto alle altre specie viventi.

Ma è sempre così? L’essere umano è in grado di pensare… sempre? O è vero, piuttosto, che ciò che alcuni chiamano “il cuore”, altri “la pancia”, altri ancora “l’inconscio”, prende il sopravvento sulla mente nei momenti critici della vita?

Quando avviene questo “sequestro neurale”, l’intelligenza razionale può esserci d’aiuto solo se è stata educata a farlo, viceversa resterà interdetta e l’individuo reagirà a livello istintivo, senza consapevolezza alcuna.

Ogni emozione porta con sé un naturale impulso ad agire, un particolare piano d’azione del quale ci ha dotato l’evoluzione, per gestire in tempo reale le emergenze della vita. Lo dice la parola stessa: “emozione” deriva dal verbo latino “moveo” (muovere), con l’aggiunta del prefisso “e” diventa “movimento da”.

Quando siamo preda di questi impulsi ad agire, non si può dire, quindi, che stiamo pensando.

 

 

 

2. Le condizioni necessarie per l’intelligenza emotiva: Autoconsapevolezza e Autocontrollo.

Pirelli, lo ricordiamo tutti, negli anni 80 trovò un motto eccezionale per spiegare in poche parole il plus del suo prodotto:

"La potenza è nulla senza il controllo."

Forse è la frase più azzeccata anche per la nostra tematica.self control

La differenza fra l’essere schiavi di un’emozione e il divenire consapevoli che essa ci sta per travolgere è fondamentale: solo se conosciamo qualcosa possiamo gestirla.

L’autoconsapevolezza può essere una forma di attenzione, non reattiva e non critica, verso i propri stati interiori.

Riconoscere uno stato d’animo profondamente negativo può essere un ottimo inizio per volersene liberare: quando diciamo a noi stessi, ad esempio, “Ecco, quella che sto provando è collera”, questa consapevolezza ci offre un maggiore grado di libertà, in altre parole ci dà la possibilità di decidere non solo di non agire spinti dall’impulso della collera, ma anche di cercare in qualche modo di sfogarla.

Gli autoconsapevoli riconoscono i propri stati d’animo nel momento stesso in cui essi si presentano, sono individui autonomi e spesso sicuri di sé.
Questa attitudine può esistere, in maniera naturale e in misure differenti da persona a persona, ma nessuno a scuola ci ha aiutato a svilupparla, dal momento che non esistono programmi di alfabetizzazione emozionale.

La maggior parte degli scontri, contrasti o conflitti, sia sul posto di lavoro (con colleghi, subalterni o superiori), sia in ambito famigliare, nasce dalla mancanza di questa attitudine.

Non saper riconoscere l’emozione fortemente negativa quando si presenta, e farsi sopraffare da essa, innesca un meccanismo deleterio che il più delle volte sfocia in un pessimismo generalizzato, di entità variabile, e spesso limita la vita.

 

 

 

3. La zona dorata, a metà strada tra l’ansia e la noia: Il Flusso (the flow), ossia la neurobiologia dell’eccellenza.

“Pensavo di voler essere un poeta, ma fondamentalmente volevo essere poesia”.
Jaime Gil de Biedma

Abbiamo bisogno di sfide e di capacità per poterle affrontare. Quando le nostre capacità sono superiori alla sfida cadiamo nella noia, al contrario, se la sfida ci sembra troppo grande, ecco apparire l’ansia.

flowA metà strada tra questi due poli esiste una fragile zona in cui l’individuo si disinteressa di sé, l’opposto del rimuginare e del preoccuparsi: è il flusso di cui parlò già nel 1990 lo psicologo Mihaly Csikszentmihaly, dopo aver condotto per vent’anni una serie enorme di ricerche sulle prestazioni ad alto livello.

È la zona in cui solitamente lavorano gli artisti, i chirurghi quando operano, gli scrittori, gli scalatori, i giocatori di scacchi, gli speaker radiofonici e, perché no, anche professionisti come l’agente di commercio. Nel flusso si lasciano andare le cose senza controllo mentale e con fiducia totale nelle proprie capacità.

Si tratta di uno stato in cui la consapevolezza si fonde con le azioni e vede gli individui assorbiti in ciò che stanno facendo, senza preoccuparsi minimamente delle interferenze emotive.

Le ricerche di Mihaly Csikszentmihaly dimostrano che la motivazione a fare qualcosa sempre meglio consiste, almeno in parte, in uno stato di flusso durante l’esecuzione e che questo stato di flusso dipende dalla qualità della motivazione intrinseca dell’individuo.
La realizzazione creativa dipende dalla totale dedizione a un unico scopo.

Csikszentmihaly dichiara che i momenti di flusso sono privi di EGO, e conclude:

“I pittori devono desiderare, sopra ogni altra cosa, dipingere. Se di fronte alla sua tela l’artista comincia a chiedersi a quanto potrà venderla, o che cosa ne penserà la critica, egli non riuscirà ad aprire nuovi orizzonti.”


 

 

4. Quando più “flussi” individuali alimentano un grande flusso… il Gruppo diventa vincente.

winnersNel 1491, Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Pinturicchio, Domenico Ghirlandaio, Luca Signorelli, Piero di Cosimo e i loro aiutanti, giunsero a Roma, inviati da Lorenzo De’ Medici come i migliori ambasciatori di bellezza, armonia e del primato culturale di Firenze.

Avevano un obiettivo, un compito non proprio facile da portare a termine: decorare le pareti della Cappella Sistina.

Lo hanno fatto egregiamente, nonostante questo tesoro culturale sia passato alla storia soprattutto per il lavoro di Michelangelo Buonarroti, che ricoprì la volta successivamente (1508-1512).

Ognuno di loro seppe entrare nel flusso, abbandonando l’egocentrismo e cercando di lavorare per il piacere di lavorare.

Possiamo solo immaginare quanto egocentrico potesse essere un artista così riconosciuto a quell’epoca, tuttavia la passione prese il sopravvento e tutti fecero del proprio meglio, passando alla storia insieme.

Era una squadra e ognuno di loro dirigeva anche un team personale, composto da aiutanti di vari livelli.

 

 

 

5. Caratteristiche di un gruppo

Sintetizzando gli studi di Kurt Lewin, iniziati nel 1929 e proseguiti fino oltre la fondazione del Research Centre of Group Dynamics (1945), si possono valutare 7 punti per capire un gruppo:

1.    Qualità della motivazione personale di ogni componente del gruppo;
2.    Qualità della partecipazione del singolo e del suo senso di appartenenza al gruppo;
3.    Qualità delle comunicazioni e delle relazioni umane interne al gruppo;
4.    Qualità della leadership;
5.    Qualità del processo (come si fa qualcosa), che influisce sul risultato (cosa si è fatto);
6.    Qualità della performance generale del gruppo, che dev’essere diversa dalla mera somma delle singole attitudini (teoria della Gestalt).

Appare ovvio che ognuna di queste qualità influenza, in varie misure, tutte le altre.

Se dovessimo sviluppare una conferenza sul tema del Gruppo, non basterebbero 4 ore per sfiorare, almeno in parte, le ultime frontiere dello studio sull’intelligenza gruppale.
In una breve conferenza, quindi, abbiamo scelto di argomentare una tematica che può apparire leggera, ma offre da subito la possibilità di effettuare un piccolo e non troppo ostico cambiamento su di sé, producendo in maniera naturale un processo di lavoro più funzionale al gruppo:

5.a. Solo con la collaborazione dei singoli è possibile far uscire l'intelligenza gruppale.

Douglas Hofstadter, accademico e filosofo statunitense, spiega con un bellissimo racconto questo concetto:

Protagonista Achille che, camminando nel bosco, incontra una tartaruga e un formichiere. Quest'ultimo racconta le lunghe chiacchierate che ha con i formicai e di come li ritenga colti e interessanti. Achille ovviamente si stupisce, come si stupirebbe ciascuno di noi, avendo sempre ritenuto le formiche piuttosto "automatiche" e insignificanti, ma il formichiere ribadisce che lui non ha mai detto di parlare con le formiche, bensì con i formicai.

formicheAchille: Questo fa pensare che vi debbano essere delle formiche estremamente intelligenti in quel formicaio.

Formichiere: Ho l'impressione che lei non si sia ancora liberato del tutto dalla difficoltà di comprendere questa differenza tra livelli. Proprio come un singolo albero non va confuso con la foresta, così una formica non va confusa con il formicaio. Naturalmente tutte le formiche del formicaio sono mute come pesci. Non parlerebbero neanche a morire.

Tartaruga: Mi sembra che la situazione sia qui analoga a quella del cervello umano, che è composto di molti neuroni. Certamente nessuno affermerebbe che le singole cellule cerebrali debbano essere individualmente intelligenti, perché una persona possa avere una conversazione intelligente.

Saggia la tartaruga, che con una metafora spiega un concetto fondamentale dell'intelligenza gruppale: se ognuno esegue il suo compito con dedizione e pensando all'obiettivo del gruppo, non a meri interessi personali, il Gruppo è Intelligente.


 

 

5.b. Yesbutter e Whynotter: Individui “sì, però…” e individui “perché no?”, come influenzano il gruppo.

scietticoI soggetti “sì però” (Yesbutter) non uccidono solo le idee, possono affossare le compagnie, soprattutto se hanno posizioni di rilievo. Credono di avere tutte le risposte ed accettano quelle degli altri solo se collimano con le proprie, o se non si discostano troppo.
Ecco alcuni esempi di frase tipica utilizzata da questi soggetti, prese a caso da un catalogo veramente corposo e sfaccettato:

Sì, però noi siamo diversi…
Sì, però è troppo presto…
Sì, però dobbiamo concentrarci su altro…
Sì, però non possiamo spiegarlo agli azionisti…
Sì, però è troppo facile...
Sì però è troppo difficile...

In un gruppo, purtroppo, capita spesso che siano la maggioranza, basta tendere le orecchie in qualsiasi riunione aziendale, briefing o brainstorming, per contare questa espressione innumerevoli volte, pronunciata da più interlocutori.

“Sì però” è una modalità di pensiero negativo, spesso diventa un vizio, un naturale intercalare in risposta all’altro, ma predispone la mente a una chiusura verso le idee altrui, a prescindere dalla loro valenza.whynotter

Sostituire mentalmente, qualche secondo prima di pronunciarla, questa disfunzionale modalità con “perché no?”, permette di poter valutare meglio le idee o i consigli degli altri e magari di osservare una realtà più oggettiva, fatta dalle differenti prospettive di ogni componente del gruppo.

Se durante una riunione ogni partecipante cercasse di gestire e ridurre questa naturale predisposizione verso la modalità “sì però…” (che tutti abbiamo più o meno accentuata - a seconda della dimensione del nostro Ego), e cominciasse a sostituirla mentalmente con dei sani “perché no?”, la riunione probabilmente sarebbe più lunga, ma tutti si sentirebbero ascoltati e riconosciuti, condizione necessaria affinché ognuno dia il meglio di sé.

Inoltre, da un’idea apparentemente futile o non funzionale, possono nascere delle opportunità, a volte di crescita enorme.

post-itSi pensi alla storia della 3M e della produzione dei famosi Post-It:

Il chimico Spencer Silver, dipendente della 3M, nel 1968, cercando di creare un collante molto potente, sbagliò la miscela degli ingredienti e ne uscì una colla molto blanda, che non si asciugava mai.

Si trattava di un prodotto assolutamente sbagliato rispetto all’obiettivo della produzione, tuttavia Silver ne volle parlare con i vertici aziendali, i quali non dissero “sì però… a noi serve che la colla sia resistente e forte”, al contrario, con una meravigliosa serie di “perché no?”, iniziarono a migliorare quella soluzione proprio nell’ottica diametralmente opposta a quella iniziale e nel 1977 fecero entrare sul mercato un prodotto di carta, che ha resistito addirittura all’incredibile progresso tecnologico degli ultimi anni e ha ridotto drasticamente l’uso della carta negli uffici.

Non esiste un luogo di lavoro, oggi, in cui non ci siano post-it sparsi su bacheche, monitor, scrivanie, macchinari, documenti stampati, agende, ecc. Spesso li vediamo anche sui cruscotti delle automobili.

 

 

 

6. Il linguaggio analogico del corpo: una mappa interattiva per leggere, in tempo reale, le proprie e le altrui emozioni.

symbolsOggi è possibile apprendere l'alfabeto delle emozioni, i messaggi che continuamente giungono dal nostro inconscio sotto forma di pruriti, espressioni, gesti e movimenti del corpo.

Lo consideriamo il miglior strumento per diventare "autoconsapevoli" (vedi paragrafo 2), poiché permette in qualsiasi momento della vita di leggere su se stessi e sugli altri le emozioni in gioco, nel momento stesso in cui si presentano.

Alcuni gesti reiterati, che ogni interlocutore esprime dialogando (sta all'operatore individuarli e riconoscerli nella loro valenza), ci dicono tantissimo anche sul profilo psicologico del soggetto e sarà possibile "tarare" la nostra comunicazione in maniera sartoriale, a seconda delle esigenze emotive del soggetto stesso.

Potremo calibrare, ad esempio, il nostro tono della voce, le nostre pause, i nostri gesti, le nostre "parole chiave" e il nostro comportamento in generale, per adattarlo alla misura dei nostri interlocutori, di volta in volta, raggiungendo così un grado di coinvolgimento che accade naturalmente poche volte e si chiama "affinità elettiva".

L’inconscio del nostro interlocutore si sentirà capito, quindi il soggetto si dimostrerà più complementare con noi.

Per informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. | Coordinatrice: 339 8269027

 

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