Lunedì, 17 Ottobre 2016 09:21

Il marketing del senso di colpa In evidenza

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Esistono vari livelli di peso quando parliamo di senso di colpa, uno dei vincoli emotivi più frequenti a mio avviso, insieme alla paura del giudizio, alla disistima in se stessi, al timore del rifiuto e dell'abbandono affettivo.

Oggi voglio parlare di un certo tipo di senso di colpa, che potremmo definire latente nella nostra società, poiché non siamo consapevoli di viverlo finché qualcuno non ce lo sbatte in faccia, e certamente non invalida troppo la nostra vita di tutti i giorni, come invece fa un sentimento di colpa pesante, dovuto a un'azione o una scelta che abbiamo commesso e che ha portato una persona cara - o noi stessi - a soffrire.

Il punto è che sin da bambini, seppur con le migliori intenzioni da parte di genitori e educatori, veniamo educati a sentirci in colpa e si genera in noi una sorta di nervo scoperto che ci accompagna per tutta la vita.

Guilt02I nostri genitori inevitabilmente ci trasmettono i propri sensi di colpa, quando, all'età di tre anni, ad esempio, ci trastulliamo i genitali. Tenendo conto che per un bambino di quell'età non esiste una distinzione tra le varie parti del corpo, possiamo capire quanto toccarsi in certi punti non sia altro che divertimento, puro divertimento. Vedere il nostro genitore che diventa rosso, che si imbarazza, che ci invita a fare certe cose in bagno o in camera nostra (questo non si fa e non toccarti lì...), automaticamente ci fa sentire inadeguati: anche se non capiamo bene il perché... ci sono cose che amiamo fare ma che non si possono fare.
Con gli anni capiremo che le diverse parti del corpo hanno valori simbolici differenti, ma a quel tempo avremo già imparato che alcune zone del corpo hanno qualcosa di problematico, a volte addirittura di pericoloso o di volgare.

Se osserviamo la quantità di disturbi emotivi legati alla sessualità presenti negli adulti di oggi, se analizziamo la fantasia con la quale alcuni di questi disturbi vengono costruiti a tavolino da loro stessi, forse possiamo intuire quanto quei primi divieti e sensi di colpa non ben motivati siano stati terreno fertile. Ribadisco che il genitore fa assolutamente del suo meglio, ma in certe comunicazioni con il figlio piccolo forse dovremmo essere educati in maniera funzionale, magari con l'aiuto delle istituzioni... anche se ogni libreria ha scaffali interi dedicati a queste tematiche.

Poi sa pensarci molto bene la società a farci sentire inadeguati, con retaggi che sembrano lontani anni luce, ma ancora troppo spesso sono come la polvere nascosta sotto il tappeto.

adv 50Parlo, a titolo di esempio, di quelle donne che non si sentono brave mogli o brave cuoche e magari sono figlie di una Nonna Papera che sfornava cinque torte al giorno, o hanno una suocera chef stellato.

Parlo di quelle donne che trovano il coraggio, dopo anni, di lasciare un marito che non le considerava e le sviliva in continuazione, donne che poi devono fare i conti con un senso di inadeguatezza generato dai commenti delle famiglie d'origine (ai miei tempi si portava pazienza, i maschi sono così, una volta non ci si lasciava così facilmente, e compagnia bella).

Parlo di quei mariti che non hanno manualità nei lavori di manutenzione della casa e magari hanno avuto un padre come Archimede Pitagorico, o si trovano Mc Giver come marito-modello della coppia con cui passano le domeniche e le vacanze.

Parlo di quel latente senso di colpa vissuto da molti genitori, che temono di non comportarsi al meglio con i propri figli, di non dedicare loro sufficiente tempo, di essere stati egoisti per aver deciso di separarsi dal coniuge...

Parlo di quel senso di colpa latente che ci attanaglia a tratti, quando vediamo che esiste chi sta male, chi non è fortunato come noi, chi soffre di disabilità o malattie, chi vive sotto le bombe, chi non ha accesso al cibo o all'acqua... e poi tiriamo dritto, perché non possiamo occuparci di tutti e ne abbiamo già abbastanza dei nostri problemi.

Sono tutte sfumature più o meno lievi del senso di colpa che, ammettiamolo, cerchiamo in ogni modo di allontanare dai nostri pensieri, per garantirci una dignitosa qualità della vita. E se non riusciamo ad allontanarle... acquistiamo qualcosa che ci pulisca un po' la coscienza.

Ma c'è chi ne approfitta a vari livelli, cercando di instillarci un senso di inadeguatezza per ottenere da noi determinati comportamenti o delle azioni specifiche. Pare, infatti, che instillare il senso di colpa sia una delle strategie più usate per ottenere risultati di marketing.

Così la mamma che si sente inadeguata come cuoca, che viene martellata ogni giorno da mille programmi Tv o recensioni di libri di ricette (dove tutto sembra facile... ma resta il fatto che lei odia cucinare), opterà per quei prodotti pronti che offrono nel packaging una sensazione di fatto in casa. Le varie zuppe del casale, del cascinale, della nonna o della contadina, che spesso riportano in confezione l'immagine della zuppa fumante servita in un piatto di terracotta (più casereccio), sono solo un esempio di come pulirsi la coscienza: alla fine è come quella fatta in casa, è biologica, ha dentro le bacche di goji, contiene il bifidus così i miei bambini fanno la popò più sereni...

Così il marito maldestro saccheggerà Leroy Merlin cercando articoli o macchinari che lo rendano indipendente, per poi rivenderli su ebay a distanza di qualche anno, con la confezione ancora intatta.

Così, se ci sentiamo poco sportivi, se viviamo un senso di colpa con noi stessi per la troppa sedentarietà, acquistiamo attrezzi da palestra domestica, che diventano scomodissime ed orrende sculture inutilizzate, ma sono ottime come appendiabiti. In fondo le avevamo acquistate per pulirci la coscienza, speranzosi che solo il fatto di possederle ci avrebbe garantito un gluteo più tonico o una bella tartaruga da sfoggiare in spiaggia (il mercato dell'usato su questo tipo di articolo è uno dei più fiorenti nel web ed è tutto come nuovo).

bad news phone

Hai mai ricevuto una telefonata da quelle associazioni onlus che cercano fondi per aiutare i bisognosi o i disagiati? Anche se è bello aiutare gli altri, soprattutto i meno fortunati, prova a ricordarti come è iniziata quella telefonata. Non lo ricordi? Ci provo io a rinfrescarti la memoria:

"Buongiorno, parlo con il signor / la signora... (dicono il tuo nome, non il cognome, è più confidenziale)?"

Tu rispondi con primo un sì.

"Bene... come si sente oggi signor /signora...?"

Tu rispondi di solito "Bene, grazie", anche se ti è appena successo un disastro: non confessiamo mai ad un estraneo che non stiamo bene.

A questo punto hai ammesso pubblicamente che stai bene, ti sei legato all'idea di non avere alcun problema. Sarà una strada in discesa per il venditore dall'altra parte tirarti un gancio destro e metterti al tappeto dicendo:

"Mi fa piacere che stia bene, ma sa che ogni anno un tot di persone muoiono di cancro...?" Tu non vuoi sembrare ingrato, dato che hai appena ammesso di non aver problemi, e hai preso l'impegno sottinteso di doverti preoccupare di chi non sta bene: ti trovi alle corde ed accetti una prima donazione o un primo piccolo acquisto, altrimenti devi fare i conti con il senso di colpa.

Una volta che hai cambiato la tua percezione di te stesso in "sono una persona che aiuta chi ne ha bisogno", sarà molto probabile che accetterai anche le successive richieste, soprattutto se provenienti dallo stesso venditore o dalla stessa associazione, che in fondo ne è testimone. Avrai cambiato l'immagine di te stesso e inconsciamente farai di tutto per rispettare tale immagine.
Si chiama PRINCIPIO DI COERENZA INTERNO e a volte... ti fa spendere soldi o ti fa donare molto più tempo di quello che avevi reso disponibile quando hai accettato di fare il volontario.

Mi rendo conto che quanto appena citato possa far nascere impressioni di cinismo, ma è solo un esempio di come funziona a volte la nostra irrazionalità. Ben venga chi aiuta le associazioni umanitarie, ma meglio essere consapevoli dei meccanismi e del fatto che chi vi telefona ne è spesso ben istruito.

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Sergio Omassi

Formatore in Comunicazione Efficace, Life Coach
Esperto di linguaggio non verbale


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