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Domenica, 29 Dicembre 2019 10:59

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giu la maschera 01[Tempo di lettura: 4 minuti] La solitudine che molti stanno vivendo come individui, nonostante i continui contatti con gli altri tramite gli strumenti che ormai sono sempre con noi, era stata preannunciata più di cinquant'anni fa. Esiste un antidoto?

"L'uomo della folla è l'abitante elettronico del globo terrestre e al tempo stesso è connesso con tutti gli altri uomini, come fosse uno spettatore in uno stadio sportivo globale. Così come lo spettatore globale è un Nessuno, allo stesso modo il cittadino elettronico è un uomo la cui identità privata è stata cancellata a livello psichico per mezzo di una pretesa smodata." 

[Marshall McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man, 1964]

Il paradosso del restare in superficie

Si chiama "eterogenesi dei fini" quello che sta accadendo sul piano delle relazioni: il sostituirsi della quantità alla qualità, ha innescato un meccanismo per il quale è sempre più difficile aprirsi all'altro.

La maggior parte di noi passa più tempo sul posto di lavoro che non in famiglia e si sono accese due differenti polarità riguardo alla profondità delle relazioni.

Nella migliore delle ipotesi tra famigliari dovrebbe esistere un grado di apertura e condivisione - anche delle proprie debolezze - che un tempo si poteva accendere altresì con uno o più colleghi: era frequente che tra componenti della stessa squadra di lavoro si instaurassero amicizie, col conseguente desiderio di frequentarsi anche nel tempo libero. 

Cinquantanni fa lavorare nello stesso ufficio poteva significare anche trascorrere le vacanze insieme, con le rispettive famiglie, poiché i colleghi non erano dei competitor.

In un periodo, come quello che stiamo vivendo da decenni, in cui si viene valutati solo ed esclusivamente sulla performance, su quanto rispettiamo scadenze o raggiungiamo budget, è normale che chi fa meglio - ma anche chi è più furbo - possa raggiungere un traguardo professionale a discapito di qualcun altro. 

L'entrata in team di un nuovo componente oggi non è più vista dal gruppo come un'opportunità di miglioramento ma, spesso, come una minaccia che porta molti a non scoprire il fianco, a diffidare a prescindere del nuovo arrivato, per paura di essere sopraffatti.

Ecco che le relazioni sul luogo di lavoro, tranne rari casi che confermano una tendenza in quanto eccezioni, si sono stabilizzate su una superficie in cui si bada bene a non aprirsi, a non mostrare punti deboli, sfumature umane, per timore che l'altro possa approfittarne.

giu la maschera 02

Poi ci si abitua...

Credo fortemente che, quindi, dal momento che la maggior parte delle ore di una giornata le passiamo in una superficialità relazionale reiterata, dove non c'è spazio per le emozioni e, quando ci sono, vengono schermate il più possibile, un po' ci si porti addosso questa sorta di mantello difensivo anche fuori dal posto di lavoro.

Non si tratta di un semplice ON/OFF relazionale, non è come premere un pulsante per cambiare software, non possiamo noi umani fare uno switch così drastico tra CHIUSURA e APERTURA e presentarci poi a casa, o dagli amici, in una modalità predisposta alla relazione profonda: portiamo con noi, seppur minima, una coda di chiusura. 

La tendenza a restare in superficie sta diventando una costante e non è un caso che dall'Olanda sia arrivato un gioco di carte, che ho scoperto per caso grazie a una pubblicità sui social network, che invita a fare domande profonde e a mettersi in ascolto.

L'ho acquistato, per mera curiosità, ed ho scoperto che in effetti certe domande non le facciamo più, nemmeno al nostro migliore amico, con il quale tendiamo a parlare più che a metterci in ascolto: 

  1. A chi vorresti dare più attenzioni?
  2. Quale giorno o quale momento ti piacerebbe rivivere?
  3. Chi o cosa è la tua fonte di ispirazione?
  4. Chi vorresti ringraziare?
  5. (...)

È sintomatico che esista un gioco del genere, non credi?

Puoi fare una prova: la prossima volta che incontri quell'amico speciale, ponigli una domanda del genere. Probabilmente vedrai lo stupore sul suo viso ed è facile che non riesca subito a focalizzare una risposta, proprio perché, come tutti noi, non è abituato a domande del genere, che dimostrano un forte interesse per la sua soggettività.

giu la maschera 03Le domande che sai fare, non le risposte che sai dare, fanno la differenza in qualsiasi relazione

Concludo questo mio articolo invitandoti a capire, spero definitivamente, che il non aprirsi di cui ho parlato all'inizio, relativo ai luoghi di lavoro e alla ricaduta che ha anche nelle relazioni extra-lavorative, dipende dal fatto che tutti accettano di restare in superficie perché è la norma. 

Ma ti assicuro che alcune domande possono fare breccia e cambiare la percezione che l'altro ha di te: sono le domande in cui trapela l'interesse, la stima e la considerazione verso il tuo interlocutore. Va da sé che se inizi a porle, mettendoti in ascolto, dovrai anche essere pronto ad aprirti tu stesso, nel momento in cui l'altro dovesse ricambiare l'interesse verso di te domandandoti cose al di sotto della superficie.

Provare per credere.

Alla prossima,

Sergio Omassi

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Sergio Omassi

Sono un life coach e un formatore: ti aiuto a prendere la direzione migliore, rispettando la molteplicità che ti contraddistingue.


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