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Venerdì, 05 Luglio 2019 15:22

Soffrire non significa essere sbagliati In evidenza

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Siate voi stessi... ma il meno possibile

[Tempo di lettura: 6 minuti]
Viviamo nella società della performance, in cui tutto si misura a prestazione, una terra in cui il disagio emotivo è diventato ormai un difetto, e viene trattato come tale.

Ho scritto di recente un articolo (se proprio non puoi farne a meno, leggilo QUI) su come, a mio avviso, esista una spinta, nella società in cui viviamo noi occidentali, a farci essere sempre più conformi a un modello utile al capitalismo, sempre più simili a prodotti che acquistano altri prodotti, molecole disaggregate in una gelatina plasmabile, in cui essere diversi e saper accettare la propria diversità è sempre più difficile.

In quell'articolo pongo l'accento su come stiamo abbandonando i legami, per spingerci pericolosamente verso quella deriva solipsista che illude ognuno di bastare a se stesso, di esistere in base a quanto possiede (o riesce a comprare), di avere un senso in relazione al proprio grado di indipendenza, in un'atmosfera del tutti contro tutti, fertilissima per le ideologie populiste che cavalcano un malessere endemico dovuto a una crisi globale, trasformandolo in odio per i diversi.

Ma torniamo al punto di oggi: mi sono reso conto che io stesso, con il lavoro che svolgo (life coach), sono in una certa misura il frutto di questo disegno, che porta le persone a chiedere un aiuto mirato sulla propria performance, quando si rendono conto che zoppica in qualche area della vita.

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Partiamo dai simboli 

L'immagine qui sopra è semplicemente uno di una lunghissima serie di simboli che i media ci propinano continuamente per spingerci alla performance assoluta, dove non c'è spazio per le fragilità e per la molteplicità che ci contraddistingue come esseri umani.

Al di là del banale, basta dare uno sguardo alla scuola, all'istruzione statale (almeno in Italia) per capire come tutto sia finalizzato sin dall'inizio alla misurazione della performance. So che esistono eccezioni e ambienti scolastici in cui i bambini vengono accompagnati, come accade da anni nel nord Europa, a diventare consapevoli delle proprie sfaccettature umane, e il mio plauso va a tutte le persone che portano avanti e credono in questi disegni.

Tuttavia oggi la scuola, ma anche il mondo universitario, è un esamificio, in cui chi non sta al passo con scadenze, voti, percentuali, non può fare altro che sentirsi sbagliato, o sentirsi dire "sei fuori!" da qualcuno più in alto di lui.

Si sente sbagliato lo studente non performante, ma anche chi è grasso, chi è anziano; ancora si sente sbagliato qualche gay e chi, in generale, non riesce a installare quei moduli performanti e normati sulla sua superficie... che dovrebbe essere liscia e senza incrinature.

Questo senso di inadeguatezza porta disagio, ma quella della sofferenza è una porta da non aprire, perché se soffri... potresti non funzionare come si deve.

A proposito di sofferenza... pensate al lutto. Dalla versione numero 5 (2013), se non erro, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), prodotto aberrante della cultura americana (guarda un po'),  afferma che un lutto che dura più di sei giorni inizia ad essere patologico.

 

Ma stiamo scherzando?!?!

Ai tempi in cui mi avvicinavo alla Psicologia (1990) si parlava di sei mesi! E continuo a trovare dannatamente normale una persona che soffre per un lutto importante anche dopo anni!

 

La psicanalisi è in crisi

Pur non essendo laureato in Psicologia, proprio ascoltando i clienti che si rivolgono a me per avere una "registrata alle valvole" o un "tagliando" (sono espressioni usate da molti di loro), mi sono reso conto che nove su dieci hanno un approccio al sintomo stesso come quello che avrebbero verso una carie e si aspettano una soluzione veloce, proprio come colui che deve cambiare uno pneumatico dal gommista. 

Restiamo in metafora dentista: se un operatore di aiuto oggi si addentrasse in un'indagine cosiddetta insight nel passato del cliente, potrebbe essere visto come un dentista pazzo che per una carie individuata proponesse lunghe sedute in cui indagare la storia dei denti vicini, dei molari e premolari, la comparsa della dentizione nel fratello o nella sorella del paziente.

In buona sostanza molti clienti mi dicono "non funziono (come dovrei funzionare) e cerco qualcuno che mi aggiusti alla svelta, vediamo se tu sei in grado, altrimenti arrivederci". La sofferenza psicologica, che un tempo era l'area in cui si muovevano psicoterapeuti e psicanalisti, attraverso numerosissime sedute, che sondavano il lato tragico della vita, i suoi i legami, che valutavano ogni attore fondamentale nella sceneggiatura del paziente, oggi sembra non essere più una gestalt, ma viene scomposta in tanti piccoli sintomi, per i quali è preteso un intervento mirato, capillare, chirurgico e soprattutto breve. 

L'avvento delle cosiddette terapie brevi, anche in ambito clinico - soprattutto quello che si avvale di protocolli scientifici come l'approccio strategico, di cui il centro del Prof. Giorgio Nardone è il simbolo in Italia (Arezzo) - è stato assolutamente accettato e funziona al di là di ogni dubbio per moltissimi disagi, dalle psicomanie agli attacchi di panico, dai disagi alimentari a quelli della sfera sessuale. Tutto questo è meraviglioso, perché il cliente in disagio emotivo porta a casa un risultato in tempi brevi: Nardone parla oggi di un ciclo che prevede al massimo 14 sedute. Rispetto agli anni di analisi a cui eravamo abituati, spesso co-protagonisti in molti film del grande Woody Allen, è sicuramente una grande vittoria.

 

Sto solo per non soffrire... ma soffro di solitudine

Questo paradosso dell'era moderna ci porta a un altro paradosso, se possibile ancor più comico: chi sceglie di stare solo, per un mero principio di coerenza interna, non può accettare la sofferenza derivante dall'essere solo, quindi cerca un rimedio veloce, acquistabile al banco, o a catalogo, spesso medicale (ma anche uno spinello o un po' di alcool vanno benissimo). 

Se soffro di solitudine non sono conforme, non sono performante, quindi mi attornio di tante persone, sguazzo nei social, colleziono relazioni approssimative, che non sfocino mai in un legame (orrore!), ma tutto questo devo farlo stando ben attento a non sembrare un looser: non devo impormi, non devo chiedere troppo agli altri, altrimenti vengo preso come un perdente, uno sfigato. E alla fine del ciclo resto solo come un randagio... e soffro.

 

Un indizio di rincoglionimento della nostra razza lo troviamo da anni in ambito lavorativo...

I termini HR, Human resources... RISORSE UMANE... a voi non fanno accapponare la pelle?

Dobbiamo essere RISORSE... utili all'economia! Solo alcune delle nostre attitudini cerebrali sono interessanti per una certa impresa, che eviterà l'interferenza di altre parti della singolarità della persona, perché ritenute disfunzionali alla mansione, non utili.

Ma la PERSONA, quel caleidoscopio di diversità e caratteristiche e contraddizioni meravigliose... dove va a finire? 

Fine dei giochi, veniamo trattati come dei dispositivi, risorse utili nella misura in cui riusciamo ad adeguarci a un esoscheletro, che è quello dell'azienda, e c'è sempre, in un'impresa che si rispetti, un HR DIRECTOR che, attraverso i suoi HR MANAGER - ovviamente di stampo americano, ci aiuta a farlo nel migliore dei modi. 

Altrimenti va bene uno psicologo, ma anche un coach, un counselor, un tarologo, uno sciamano... l'importante, please, è la velocità di soluzione.

Per onestà intellettuale devo sottolineare che tra le figure HR Director e HR Manager, conosco alcuni splendidi esempi che non sarebbero proprio da incorporare nel discorso appena fatto, sono persone che trattano gli altri come persone e che, spesso, hanno la fortuna di muoversi all'interno di Aziende in cui ai vertici c'è un board molto sensibile al lato umano della gestione.

Alta Relazione fa un passo indietro... e puoi venire con noi

In tutto questo movimento, che mira a un livellamento normativo delle nostre caratteristiche umane, insieme con Simone Cerri sto portando avanti un progetto che ha una visione in controtendenza. 

Ti invito a seguire il nostro gruppo ALTA RELAZIONE INSIEME e a dare il tuo contributo... come persona

Gli individui stanno bene dove sono :-)

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Sergio Omassi

Sono un life coach e un formatore: ti aiuto a prendere la direzione migliore, rispettando la molteplicità che ti contraddistingue.


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