Martedì, 08 Novembre 2016 10:31

Come si può uscire dalla pratica del monologo?

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Uscire dalla pratica del monologo“La maggior parte della gente ascolta con l’intenzione di rispondere, non con il desiderio di capire.”
[Arthur Conan Doyle]

Chi di voi ha un profilo facebook ha sicuramente visto, anche più di una volta, questa frase nel suo streaming. È stata postata tantissimo, spesso senza nemmeno citarne la fonte: da molti è stata venduta come farina del proprio sacco, come tantissimi aforismi significativi che girano in rete, ma che non riportano il nome reale di chi ha pronunciato o scritto quelle parole prima di tutti.
Questo pensiero di Doyle è piaciuto tantissimo in generale e ha ricevuto un’infinità di condivisioni, di like, di tweet e re-tweet: ci sono stati mesi in cui personalmente l’ho visto più di una volta nello stesso giorno, postato da persone diverse. Un grande successo trasversale insomma.

C’è da chiedersi per quale motivo, nonostante ci troviamo quasi tutti d’accordo su questa espressione, esistano ancora molti individui che proprio non sanno ascoltare, anzi, sembra che ascoltino se stessi quando parlano.

evitare monologoTra le tante persone che conosco, ho un amico cui voglio un bene immenso, uomo di cultura notevole, che ha questa indole di parlare “a nastro” ma, se non altro, ciò che dice è sempre piuttosto interessante ed ascoltabile volentieri. Ha talmente il bisogno di parlare, che quando ci incontriamo dopo settimane o mesi in cui non ci siamo potuti vedere e mi chiede “Come stai?”, di solito avvengono due casi:

  1. Se rispondo con un canonico “Bene e tu?”, ovviamente inizia a raccontarmi un sacco di cose.
  2. Se inizio a parlare di come effettivamente sto, o se inizio a esporre un problema, lui si accavalla dicendo: “Ah non dirmi nulla, sai anche io…” e poi continua lui.

È l’unica persona che, comunque vadano le cose, ascolto sempre volentieri, anche se devo ammettere che mi resta ogni volta un leggero amaro in bocca per via di una comunicazione a senso unico.
Tutti gli altri “monologhisti” (alcuni dei quali appartengono alla sottocategoria degli sfoghisti) tendo ad evitarli nella mondanità, soprattutto se i loro contenuti abituali vertono sulle vite di altre persone, che magari nemmeno conosco (cfr. pettegolezzo). Spesso me li trovo seduti nel mio studio in sessioni di coaching, ma in questi casi mi è facile arginarli gestendo la comunicazione grazie al ruolo che ho.

Il monologo è disfunzionaleIl “monologhista” non lo fa apposta, ovvero non esiste in lui un piano deliberato di ammorbamento del prossimo: spesso non si rende nemmeno conto di esserlo e magari posta nei social network frasi come quella di Doyle, suscitando l’ilarità in chi lo conosce di persona.

Chi parla tanto ha bisogno di parlare tanto, per dirla molto in breve è una sfumatura del suo carattere, che deriva dal suo background, ma anche dalla cultura in cui viviamo. Non c’è dolo e non ha senso, anche se ci viene molto spontaneo, accusarlo di non ascoltare, come non possiamo accusare un bambino di sei mesi di non saper parlare. Possiamo prendere le distanze da lui certo, se lo riteniamo non utile come frequentazione, ma dovremmo ricordarci che non ha colpe. Se è un amico potremmo regalargli un libro come “L’arte di far domande” di Edgar Shein (LINK) - cosa che ho fatto spesso - per poi sentirci dire “Bellissimo libro, davvero illuminante” e ritrovare l’amico in questione esattamente come prima.

Alla fine c’è un monologhista che si annida in parecchi di noi e, con un po’ di umiltà e sincerità, dovremmo ammetterlo. Lo ero anch’io, spesso lo sono ancora e me ne rendo conto a posteriori, ma forse sono stato più fortunato di altri, avendo scelto una professione che mi obbliga all’ascolto, pena il non capire cosa serve al mio cliente e come posso aiutarlo, quindi fallire, quindi non lavorare.

Le persone più amate ed apprezzate, quelle che riscuotono maggiore successo nella società, quelle che riescono a tenere insieme un gruppo e a farlo progredire verso il meglio, quelle che ricevono più inviti, quelle che seducono meglio di altre, quelle che sanno vendere meglio di altre, se ci pensate, sono capaci di ascoltare di più e parlano meno.
In una società di egocentrici come la nostra, chi fa parlare l’altro è più coinvolgente, proprio perché a tutti piace parlare di sé e delle proprie storie.

Ma cosa possiamo fare, nel concreto, per essere più riceventi che trasmittenti?

Possiamo imparare a fare domande aperte, per dirne una, e poi lasciare all’altro lo spazio di esprimersi liberamente.
Per fare un esempio veloce e concreto - spero mi perdonerai per la banalità - se mi dici che hai visto di recente l’ultimo film di Woody Allen, non ti chiederò “Ti è piaciuto?” (formula chiusa che prevede un sì o un no e chiude l’argomento), ma ti domanderò “Cosa ti ha colpito di questo film?” e mi metterò in ascolto. Con una domanda del genere sarai libero di toccare gli argomenti che ti hanno emozionato e riconoscerai in me una fonte di stimolazione, poiché grazie alla mia domanda rivivrai le emozioni stesse.

Impariamo ad ascoltarePosso anche alternare al mio ascolto ulteriori domande sotto forma di parafrasi, come “Quindi mi stai dicendo che…?”, “Mi sembra di capire che…”, “Correggimi se sbaglio, ricapitolando hai detto che…?”
Così facendo amplifico in te la sensazione di essere ascoltato, considerato, capito e la cosa magica è che… ti ascolto davvero! Quindi posso conoscere molte più cose di te, rispetto a quando parlo in modalità monologo.

Personalmente uso spessissimo la parafrasi durante le mie consulenze e ringrazio Giorgio Nardone per avermela insegnata, insieme a tante altre modalità di dialogo strategico, che si dimostrano davvero utilissime in ogni ambito relazionale.

Far parlare l’altro è anche un ottimo espediente per leggere meglio il suo linguaggio del corpo e capire le sue emozioni al di là delle parole.

Se sono tuo amico, le tue emozioni mi interessano per capirti meglio.
Se sei mio figlio… riuscire a capirti è ancora più importante.
Se sei mio cliente è fondamentale per darti un servizio migliore.
Se ti amo come partner, le tue emozioni sono indicazioni utili per migliorarmi e darti il massimo.

Parlare meno, ascoltare di più... non è facile e, per molti di noi, è proprio difficile.

In questo blog puoi leggere un altro articolo che riguarda il mondo aziendale e il marketing monologhista-disfunzionale. Lo trovi QUI.

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Sergio Omassi

Formatore in Comunicazione Efficace, Life Coach
Esperto di linguaggio non verbale


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