Martedì, 10 Settembre 2019 15:33

L'arte di negare e i suoi pericoli In evidenza

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negazione 01[Tempo di lettura: 7 minuti] In più ambiti della vita l'essere umano occidentale si dimostra un grande artista della negazione: dal "non era violenza, lei ci stava" al "non sono un alcolista e smetto quando voglio" esiste un catalogo di autoinganni con collusioni, a volte, anche famigliari.

 

Spesso negare l'evidenza è un automatismo

A volte è un mettere la testa sotto la sabbia, altre volte un semplice abbassare lo sguardo, un far finta di niente, un fare spallucce: la capacità che abbiamo noi occidentali di costruire, a seconda delle circostanze, alibi meravigliosamente architettati o, semplicemente, di premere il pulsante OFF per rimanere distanti dalla realtà... è fenomenale.

Ormai lo facciamo ogni giorno in maniera automatica per proteggerci, nella veste di testimoni passivi, e scongiurare quella che in psicologia si chiama stanchezza da compassione: quando incontriamo l'ennesimo mendicante, quando leggiamo o sentiamo notizie di catastrofi, disgrazie, eccidi, epidemie, dolore o sofferenza in generale, ma che non ci riguardano da vicino.

Si tratta di una sorta di filtro anti-spam, di un'architettura neurale che ci preserva da un sicuro esaurimento nervoso o da una immancabile depressione cosmica: in fin dei conti non abbiamo le risorse mentali, per quanto empatici possiamo essere, per distribuire la nostra attenzione accogliendo qualsiasi cosa ci arrivi. Ed è così che diventiamo avari cognitivi che tendono a risparmiare energia facendo entrare solamente gli stimoli "utili" o presunti tali.

Per alcuni di noi i meccanismi sono ancora più sottili, come ad esempio per i soggetti fortemente egocentrici (sembra che sia in atto un'epidemia da quando sono nati i social media): si organizza la propria memoria intorno ad un perno del Sé - che gli psicologi chiamano auto-beneficenza - e si è spinti, da un lato, a riconoscere i meriti di un successo, dall'altro a negare categoricamente le responsabilità di un insuccesso, cercando di distribuirle agli altri (colleghi, subalterni, clienti, manager, ecc). Nel mondo aziendale, il leader che è affetto dall'auto-beneficenza è tra i peggiori possibili.

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A volte è una sorta di rimozione per non soffrire oltre misura

Alcuni di noi respingono letteralmente le prove di un'infedeltà del partner ("Non voglio sapere..."); famiglie intere sono in grado di non (voler) vedere abitudini malate o perverse di un loro membro, attuando una congiura del silenzio che permette a tali abitudini di ripetersi. 

Spesso, negando o rimuovendo, diventiamo complici dei colpevoli e veniamo gradualmente spinti a vedere come normali azioni che in realtà sono ripugnanti o quantomeno deplorevoli: quante madri hanno taciuto di fronte ad abusi perpetrati dal marito su uno o più figli, minimizzando le informazioni e distorcendo in maniera sartoriale i fatti, per farli calzare al meglio sul modello di una famiglia che non ha problemi?

A volte negare fa semplicemente comodo

Esiste un catalogo di devianze quotidiane, come rubacchiare la cancelleria dell'ufficio, usare un pass per disabili quando si è perfettamente abili, copiare ad un esame, tradire il partner... ed esistono altrettante forme di diniego, che possono essere focalizzate sull'azione in sé ("Non è come sembra...") oppure sull'attore ("Non sono quel tipo di persona"), ma sempre presenteranno un conto a causa del conflitto che si genera con l'immagine che ognuno ha di sé.

Léon Wurmser, psicologo svizzero, oggi professore di Psichiatria alla West Virginia University, in un suo articolo del 1989 (Blinding the Eye of the Mind: Denial, Impulse Action and Split Identity), parla chiaramente di una pseudo stupidità, una sorta di ottundimento mentale che genera il paradosso per cui il diniego è sempre parziale e lascia ogni volta dietro di sé tracce di informazioni, portandoci a vivere una continua dicotomia che non ha un senso razionale: sappiamo ma al tempo stesso non sappiamo.

negazione 03Questa pseudo stupidità colpisce soprattutto gli alcolisti, alcuni tabagisti incalliti e chi fa un uso compulsivo di sostanze stupefacenti - ma anche i porno-dipendenti, i ludopatici, coloro che dipendono da relazioni tossiche, dal cibo spazzatura, dalla dieta compulsiva, ecc - e spinge il soggetto a convincersi di non avere il problema, portandolo a pronunciare le classiche frasi che suonano più o meno così:  "smetto quando voglio", "posso farne a meno""è l'ultima volta oggi", e compagnia bella.

In certi casi la negazione è socialmente dolosa

Durante l'attività dei campi di sterminio nella seconda guerra mondiale, gli abitanti dei villaggi vicini sostenevano di non sapere cosa realmente accadesse dietro quei recinti, ma molti di loro sapevano perfettamente cosa succedeva là dentro e cosa finiva nei forni crematori.

Molti dittatori nella storia hanno chiesto ai subalterni di non essere aggiornati su alcun dettaglio, pur sapendo esattamente che stavano accadendo cose ripugnanti sotto il proprio governo e questa mancata conoscenza ha sempre permesso loro, davanti ai tribunali nei quali sono finiti, di affermare candidamente di non esserne mai stati al corrente.

Ricorderai sicuramente l'amato ministro dell'Interno Claudio Scaiola, che si vide intestare una casa con vista sul Colosseo... a sua insaputa. E venne pure assolto.

Quando la negazione può essere strategicamente utile?

In uno studio del 1997, pubblicato nel libro The Sickening Mind: Brain, Behaviour, Immunity and Disease di Paul Martin, un gruppo di donne londinesi con diagnosi di cancro alla mammella in stadio iniziale venne suddiviso in tre sottogruppi. Il gruppo A era composto da donne combattive che affrontavano la malattia con spirito ottimistico e con fiducia nella possibilità di sopravvivenza. Nel gruppo B c'erano le pazienti che avevano passivamente accettato la malattia, si sentivano travolte da essa ed impotenti. Nel gruppo C c'erano le denegatrici, ovvero coloro che negavano categoricamente di avere un cancro, non ne parlavano, non mostravano alcuna angoscia e continuavano a vivere "come se" non fosse successo nulla.

Dopo cinque anni fu dimostrato che le donne dei gruppi A e C erano sopravvissute in una percentuale nettamente maggiore rispetto al gruppo B. Quindici anni dopo il dato fu confermato: il 45% delle donne A e C era vivo e in remissione totale, mentre solo il 17% delle donne appartenenti al gruppo B erano sopravvissute.

Parimenti, esiste un ottimo utilizzo terapeutico della tecnica dell'autoinganno secondo chiari protocolli di Psicologia Strategica che dimostrano quanto, a volte e in determinate circostanze, la negazione sia salutare per il benessere psichico, ma è un argomento talmente vasto che merita un articolo dedicato.

Alla prossima,
Sergio Omassi

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Sergio Omassi

Sono un life coach e un formatore: ti aiuto a prendere la direzione migliore, rispettando la molteplicità che ti contraddistingue.


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