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Lunedì, 12 Agosto 2019 08:12

Cosa cambieresti negli uomini, se fossi dio? In evidenza

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solidarieta 01[Tempo di lettura: 7 minuti] Da una domanda intelligente può scaturire un dialogo intelligente. Ti racconto cosa accadde un giorno in aula, quando i ragazzi mi posero questo interrogativo e, alla fine, trovammo una risposta insieme.

 

Immagino che anche per te non sia una domanda facile questa e che, molto probabilmente, tu non abbia una risposta pronta, come non l’ebbi io del resto quando mi fu posta un anno fa dai ragazzi di una quarta superiore, giovani meravigliosi, spaesati come tutti i loro coetanei per la mancanza di un futuro come promessa, di cui abbiamo goduto noi delle generazioni precedenti, che ci hanno visto diventare adulti prima del 2008. 

Parlavamo proprio di questo in aula, con una certa tristezza e rassegnazione di fondo, per il fatto che il futuro per i giovani di oggi è più una minaccia, una terra di nessuno, una sorta di babilonia che ti porta a pensare “perché dovrei studiare se poi faccio una fatica del diavolo a trovare un lavoro e devo passare anni in praticantati gratuiti e stronzate del genere?”

A chi, tra i lettori, volesse tacciarmi di disfattismo e/o pessimismo, sottolineo che questi discorsi con i ragazzi in aula vertevano sul pensiero di filosofi contemporanei come Miguel Benasayag e si ragionava insieme sulla concretezza di questa visione, non certo foriera di serenità per chi la interpreta come reale.

Se volessi approfondire questa parte del lavoro di Benasayag ti consiglio un libro che si intitola L’epoca delle passioni tristi, un testo che considero immancabile nella libreria di uno psicologo, di un insegnante… di un genitore.

Ma torniamo alla domanda e a come risposi quel giorno in aula, sentendomi assolutamente spiazzato.

Di primo acchito dissi che, se fossi stato dio, avrei abbassato di molto l’aggressivitàdell’uomo, ma già mentre lo dicevo mi rendevo conto che avevo addosso uno zaino di argomenti per dimostrare l’enormità della cazzata che stavo pronunciando. Mi fermai e dissi ai ragazzi: non sono così sicuro però… ragioniamoci insieme, e ne nacque un’ora di dibattito che ricorderò per sempre.

L’aggressività è una componente fondamentale dell’essere umano e ci viene donata dalla natura – a tempo determinato – da una certa età, che coincide con la possibilità di mettere al mondo una prole e poterla difendere, fino a una soglia di vita oltre la quale non serve più, poiché l’ipotetica prole, se messa al mondo in tempi naturali (pensa all'età dello sviluppo e domandati quanti soggetti iniziano a procreare a quell'età, che sarebbe appunto naturale per la nostra specie), non ha più alcun bisogno di essere protetta quando siamo anziani. Per questo motivo i vecchi sono considerati saggi: sono al minimo dell’aggressività e – forse proprio per questo – sono anche al minimo della creatività.

Eliminare o ridurre drasticamente l’aggressività dell’essere umano di oggi creerebbe un casino inenarrabile: nasceremmo già anziani, non esisterebbe lo sport, i cantanti canterebbero solamente ballate e roba melensa (oppure il liscio), probabilmente non esisterebbero imprenditori, molte categorie merceologiche non servirebbero più a nulla, e questo darebbe vita a una crisi economica mondiale. Se potessimo creare da zero un essere umano nuovo in un pianeta nuovo, allora sì, forse, potremmo pensare a togliere l’ingrediente dell’aggressività dalla ricetta, ma farlo con noi oggi… sarebbe un finimondo.

E così, ragionando insieme a quegli splendidi giovani adolescenti (giustifico il corsivo per l'aggettivo giovani, poiché esistono anche trentenni e quarantenni adolescenti), arrivammo anche all'etologia e capimmo che l’aggressività è un patrimonio genetico che ci portiamo dietro da migliaia di anni e ci ha permesso, grazie al filtro della paura, di attaccare quando era il momento di attaccare per difenderci da predatori molto più forti di noi, altrimenti saremmo stati una roba simile alle lepri, non esseri umani.

In fin dei conti le due specie di scimmie antropomorfe più simili a noi sono gli scimpanzé e i bonobo. Con i primi abbiamo in comune proprio l’aggressività, spesso la brutalità; con i secondi la mitezza, grandi tracce di empatia e solidarietà. Se togliessimo, quindi, l’eredità dello scimpanzé dal nostro codice genetico, il mondo sarebbe una festa hippy: pace, amore e sesso libero. Verrebbe da dirsi “perché no?”, certo, ma ti invito a valutare lo stravolgimento sociale disastroso cui andremmo incontro per almeno un secolo di assestamento.

E quindi… cosa sarebbe sensato cambiare?

L’atmosfera dell’aula si era fatta palpabile, quei ragazzi erano miei complici nel cercare una risposta sensata alla domanda che aveva posto, per la cronaca, una ragazza considerata diversamente abile ed affiancata da un’insegnante di sostegno.

Divenne una delle mattinate più belle della mia vita quando arrivammo, tramite un percorso di ragionamento condiviso e rispettoso nei confronti di chi parlava, al fatto che sì… avevamo trovato cosa si potrebbe cambiare nell'essere umano, se fossimo nei panni di dio:

Un’estensione della solidarietà

Abbiamo immaginato un mondo in cui il disprezzo per il diverso venga annullato, un mondo in cui non ci sia l’attaccamento morboso alla propria nazione, al proprio gruppo o alla propria religione, che spesso sfocia in odio per chi non è come noi, in una visione che legittima un’aggressività disumana verso chi non rientra nelle caselle precostituite che qualcuno ha deciso per noi.

Un mondo in cui un figlio omosessuale non abbia problemi ad autodefinirsi davanti ai suoi genitori e non esista proprio il problema della diversità, su un tema così intimo e personale.

Un mondo in cui un soldato si faccia delle domande prima di obbedire a ordini che porterebbero a un conteggio delle vittime, un mondo in cui un generale si faccia delle domande prima di dare quel tipo di ordini.

Un mondo in cui non ci sia spazio per risposte come quelle che il segretario americano della Difesa (Donald Rumsfeld) diede a proposito delle vittime della guerra in Iraq: "Noi non contiamo i morti degli altri".

solidarieta 02Come l’empatia, anche la solidarietà ci appartiene da sempre

Restando un attimo nel tema bellico, voglio portarti uno studio, realizzato negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, che dimostra una cosa veramente curiosa: solo un soldato americano su cinque ha effettivamente sparato al nemico. Gli altri quattro si sono prodigati in azioni di coraggio, salvando compagni, affrontando pericoli, sacrificandosi… ma non ce l’hanno fatta a sparare.

Un ufficiale riferì 

(…) Ci sentivamo come se avere due o tre uomini per squadra che sparavano fosse un buon risultato.

In uno studio simile, realizzato dopo la guerra del Vietnam, è dimostrato che per ogni nemico ucciso era stata sparata una media di 50.000 proiettili, probabilmente in aria.

La causa principale di Stress Post Traumatico che afflisse quei soldati per mesi, anni o per il resto della vita in alcuni casi, dipendeva proprio dalla reiterata frustrazione di un naturale sentimento di solidarietà a causa degli ordini ai quali avevano dovuto obbedire.

Personalmente rabbrividisco se penso che le guerre di oggi si combattono da una sedia con un semplice pigiare di tasti, che allontana definitivamente l’operatore (non si può più chiamare soldato a mio parere), da questi istinti naturali, rendendolo sempre più simile a un apparato tecnologico che ha degli obiettivi chiari da raggiungere, coi quali il carico emotivo non può interferire.

Di tutto questo parlammo, quei ragazzi ed io, per poi decidere definitivamente che una bella iniezione di solidarietà farebbe molto bene alla razza umana.

Ti lascio con quella che considero la migliore definizione della parola solidarietà, un regalo della psicologa Lauren Wispe:

La definizione di solidarietà concerne due aspetti: primo, un’aumentata consapevolezza dei sentimenti di un’altra persona e, secondo, il forte desiderio di prendere qualsiasi misura sia necessaria per alleviare le sue difficoltà.

Alla prossima,
Sergio Omassi

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Sergio Omassi

Sono un life coach e un formatore: ti aiuto a prendere la direzione migliore, rispettando la molteplicità che ti contraddistingue.


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