Venerdì, 09 Agosto 2019 15:17

Fame di carezze In evidenza

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carezze 01[Tempo di lettura: 5 minuti] Cosa si cela dietro il grande successo dei social network? Sembra che in fin dei conti siano dei comodi ristoranti emotivi a bassissimo costo e sempre aperti. Facciamo il punto?

Senza carezze non si cammina a petto infuori

Secondo le Discipline Analogiche, che Simone Cerri ed io - come molti altri in Italia - stiamo cercando di divulgare quale strumento per vivere una vita emotiva e relazionale foriera di felicità, nell’essere umano convivono due sistemi di alimentazione: il primo, conosciuto da tutti, è quello dell’apparato digerente per mezzo di cui assimiliamo cibo contenente i principi nutritivi che ci danno l’energia fisica necessaria per vivere la nostra giornata; il secondo è una sorta di stomaco emotivo, che si nutre di stimoli emotivi, in assenza dei quali andiamo incontro a problemi di varia natura e di varia gravità.

Già nel 1945, lo psicologo René Arpad Spitz aveva sottolineato l’importanza delle cure manuali per i neonati, dimostrando che se privati di contatti fisici, soprattutto da parte della mamma, tendono a una irreversibile depressione. Spitz fu il primo a porre l’accento sulla fame di stimolo, che ha la sua massima soddisfazione quando un rapporto entra nella fase dell’intimità fisica, in particolare nell’atto sessuale.

Se ci pensi non stupisce affatto che si usino espressioni identiche per definire la fame di cibo e la fame di emozioni: termini come golosobuongustaiosazioaffamato vengono utilizzati sia nel campo dell’alimentazione che in quello delle emozioni e delle sensazioni. Si possono fare abbuffate di pietanze, ma anche di emozioni, con la differenza che lo stomaco emotivo non soffre mai di indigestione, anzi… più viene nutrito e meglio è, ma questo è un tema talmente importante che preferisco trattarlo in aula, con dimostrazioni pratiche.

carezze 02Per ora limitiamoci al fatto che esiste una fame di emozioni, e che queste sono un’ottima moneta di scambio

Per essere precisi, nei limiti di questo breve articolo, devo nominare l’analisi transazionale, poiché fu grazie al suo autore, Eric Berne, che gli studi di Spitz ebbero grande visibilità e vennero approfonditi, permettendo la nascita di una branca importante della psicologia. Berne capì che la fame di stimolo di cui parlava lo psicologo austriaco, tipica della fase neonatale, si evolve con l’età adulta e si trasforma in fame di riconoscimento. Sul piano di questo appetito si sviluppano, secondo Berne, le varie interazioni sociali, le cui unità di scambio sono quelle che Berne chiama metaforicamente carezze, ovvero ogni atto che implichi il riconoscimento dell’esistenza di un’altra persona.

Voglio evitare il succulento stimolo di addentrarmi in un pippone sull’analisi transazionale, che ho sempre trovato molto seducente per la sua lucida chiave di lettura sui giochi relazionali cui andiamo incontro ogni giorno, scambiandoci di ruolo (genitore, bambino, adulto) a seconda dei casi, degli interlocutori e dell’emotività in gioco.

Restiamo sulla fame di riconoscimento e vediamo come è cambiato il nostro approvvigionamento rispetto a quando non esisteva il web, gli smartphone e tutti i device che oggi ci permettono di entrare in contatto con gli altri anche restando tra le mura di una stanza e fisicamente soli.

Se, come abbiamo visto, è stato dimostrato da molto più di mezzo secolo che l’essere umano ha bisogno di essere riconosciuto e che la deprivazione sensoria o l’isolamento sociale hanno effetti negativi non solo sullo sviluppo fisico, ma anche sulla biochimica del cervello, il fenomeno di internet come ristorante emotivo diventa veramente interessante.

carezze 03Oggi chiunque di noi può sentirsi riconosciuto semplicemente grazie ai pollici alzati che riceve su un social network a seguito della pubblicazione di un selfie o della foto di un piatto di ravioli al sugo di cervo scattata al ristorante prima di addentarvisi sopra. I likefioccano, anche quando divulghiamo scemenze senza alcun valore, perché qualche buon’anima generosa - o semplicemente in cerca di reciprocità sulle sue prossime foto di ravioli - ci dirà sei ok, mi piace, ti riconosco nel tuo diritto di esistere.

Basta trovarsi alla tacca minima dell’onestà per ammettere, tutti noi utilizzatori di social network, che quando il nostro smartphone fa ding e lo prendiamo in mano notando che c’è una notifica… qualcosa di bello, seppur fugace, ci pervade.

Si tratta di chimica, in particolare di dopamina, quella splendida droga naturale che il nostro cervello rilascia quando si attivano i centri della ricompensa, in maniera simile a come si attivavano con le carezze, quelle vere, che ci dava nostra madre. C’è solo una questione di quantità: ovviamente una carezza vera, un’attenzione ricevuta nella vita reale, quella che viviamo quando ci troviamo fisicamente davanti ad un’altra persona, genera un rilascio maggiore di dopamina, rispetto a un like ricevuto per la foto dei ravioli, ma vuoi mettere quante scemenze possiamo condividere in un giorno, armati del nostro smartphone? E così ci nutriamo, oggi, di tanti piccolissimi bocconi di riconoscimento, surrogati del grande riconoscimento che un tempo ci dovevamo guadagnare con azioni ben diverse da un selfie o da uno scatto di food-porn.

Tutto questo ha cambiato il nostro cervello, il giovane d’oggi possiede dei circuiti neurali diversi da quelli che plasmavano la materia grigia di un giovane vissuto negli anni settanta del secolo scorso, tuttavia sono nate nuove sindromi come l’Hikikomori, ovvero l’isolamento sociale volontario praticato da giovani adolescenti che vivono relegati nella propria stanza e perennemente connessi alla rete.

L’enorme fatica che fanno alcuni genitori di oggi - in particolar modo quelli nati senza internet - nel capire i propri figli perennemente connessi la dice lunga su un divario generazionale che non è mai stato così drastico, tuttavia questa è la direzione ed è irreversibile quanto lo è la tecnologia nella quale siamo immersi.

carezze 04Una cosa possiamo fare: coltivare le relazioni vere e mantenere un presidio umano su di esse

Chi mi conosce sa bene che è proprio questa la missione che Simone ed io ci siamo prefissati qualche anno fa e, nonostante le difficoltà, possiamo felicemente affermare che continuiamo ad incontrare persone, seguaci ed allievi che partecipano alle nostre lezioni e che hanno in sé lo stesso spirito che ci anima, quello di salvaguardare e rendere il più felici possibili le relazioni vere che ancora stiamo vivendo.

Si può imparare ad elargire carezze, nel senso evoluto del termine, ovvero far provare all'altro la sensazione di valere, di esistere per noi, ma ovviamente è necessario capire veramente le sue emozioni e i suoi appetiti. Non è un'impresa impossibile, basta educarsi a farlo e, più gente educata in questo senso avremo intorno, più sarà un bel mondo per tutti.

Alla prossima,
Sergio Omassi

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Sergio Omassi

Sono un life coach e un formatore: ti aiuto a prendere la direzione migliore, rispettando la molteplicità che ti contraddistingue.


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