Giovedì, 01 Agosto 2019 15:39

Il contrario dell’empatia In evidenza

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empatia 01[Tempo di lettura: 6 minuti] Nel regno animale è rarissimo trovare tracce di empatia: ne sono capaci le scimmie antropomorfe, come noi esseri umani, ma noi, a differenza delle antropomorfe, sappiamo provare anche il contrario esatto dell’empatia.

 

Nei miei interventi in pubblico, come in quelli di Simone Cerri che può confermare quanto sto per dire, viene toccato spesso il concetto di empatia e, nel momento in cui chiedo “qualcuno di voi mi sa dare una definizione del termine empatia?”, difficilmente ascolto qualcosa di completo. Al di là del fatto che ancora in tanti la confondono con simpatia, o con una sensibilità spiccata, è davvero difficile trovare chi sappia definire perfettamente questa parola.

Vediamo cosa dice Treccani: “Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro. Con questo termine si suole rendere in italiano quello tedesco di Einfühlung.” 

A mio avviso - lo dico sempre - è piuttosto riduttivo definire l’empatia in questo modo, poiché non viene dato risalto a una sfumatura che forse è quella più importante, ovvero che dopo aver compreso i processi psichici dell’altro io riesco anche a immedesimarmi in lui a tal punto da sentire a mia volta il suo dolore o la sua felicità, come se riguardassero me direttamente.

empatia 02Dopo aver chiarito il concetto, immagina una situazione in cui una catastrofe, come una guerra o un terremoto su scala globale, semini panico in tutta la popolazione del mondo, uno scenario simile a quello di film come Indipendence Day, oppure, senza dover lavorare troppo di fantasia, semplicemente l’Europa all’inizio degli anni ’40 per una persona ebrea.

In scenari come questo, al di là del naturale panico, si genera una sorta di livellamento sociale, ove gli aristocratici vedono venir meno i loro privilegi e diventano, né più né meno, come tutti gli altri: soffriranno carenza, fame, pericoli di vario genere, esattamente come tutti gli altri esseri umani. Le loro porcellane pregiate, le pellicce, le automobili di lusso, i conti correnti e compagnia bella saranno inutili e loro stessi si troveranno in una situazione nella quale coloro che erano poveri già prima della catastrofe, quelli che si dovevano sporcare le mani per vivere, saranno molto avvantaggiati nel cavarsela.

La scrittrice Iréne Némirowsky nel suo capolavoro Suite française, tocca egregiamente questa tematica e ci aiuta a capire il grado di spaesamento di un aristocratico nel momento in cui si trova “in mezzo a una folla demente”.

Ok, ora che riesci a immaginare questa situazione, non ti sarà difficile capire che in moltissimi individui si potrebbe accendere il contrario esatto di empatia nel momento in cui vedessero una persona ricca in difficoltà di questo genere. In tedesco si chiama shadenfreude (senti la pronuncia corretta qui): piacere provocato dalla sfortuna altrui.

empatia 03Se clicchi sul link di wikipedia o dai un'occhiata all'immagine testuale qui riportata, ti renderai conto che questo termine non esiste in tutte le lingue, ma solamente in alcune e ti sorprenderai positivamente del fatto che non abbia un corrispettivo nella lingua italiana, ma solo in napoletano e veneto (anche se in veneto sembra non abbia una vera attinenza al significato originale tedesco).

Ad ogni modo è una caratteristica che possiamo vantarci di avere solamente noi esseri umani, i più evoluti del regno animale di cui facciamo parte.

Solamente noi riusciamo a godere delle disgrazie altrui, mentre le nostre parenti strette, le scimmie antropomorfe, questa cosa non la vivono mai. Nemmeno se in disgrazia cade il soggetto che l‘ha picchiata a sangue ore prima, un’antropomorfa riesce a goderne e questo è provato dagli studi di zoologi ed etologi di fama internazionale. La shadenfreude non esiste nelle altre specie: è roba nostra.

L’assurdità è che solitamente guardiamo con ammirazione le persone di potere, almeno finché le abbiamo davanti, ma ci si accende un sorrisetto soddisfatto nel momento in cui cadono dalle scale dell’Ariston di Sanremo. Conosco persone che hanno detto peste e corna di un VIP, poi ho visto sui social un selfie in cui, con aria fiera, si trovano al suo fianco e sorridono con il pollice alzato.

empatia 04Il potere logora chi non ce l’ha

Una celebre frase di Giulio Andreotti che, a mio avviso, legittima la pratica della shadenfreude ma, ancora una volta, è bene ricordare che nelle altre specie, come le antropomorfe, che sono le più simili a noi nell'elica del DNA, non c’è alcun logorio di questo tipo.

Non credere che io sia esente dalla shadenfreude

Ci tengo a non apparire come l’ennesimo buonista che spinge al “volemmosebbene” inteso come un voler bene agli altri a prescindere e un continuo porgere l’altra guancia.

Non sono questo tipo di persona: se sei maschio e mi dai una sberla ti rendo un cazzotto, sicuro come l’azzurro del cielo in giornate limpide.

Anch'io ho goduto anni fa, in una sera di asfalti bagnati dalla pioggia. Ero un ventenne in prestito per studio a Milano, fermo a un semaforo di Viale Zara nella mia carcassa su ruote e avevo a fianco un tizio, grossomodo mio coetaneo, dentro una Porche fiammante che sgasava attendendo il verde e dandomi occhiate sornione. Quando il verde è scattato ha dato una tale accelerata che la macchina ha iniziato a fare testacoda, danneggiando se stessa e molte altre vetture parcheggiate. Io nella mia Opel Kadett furgonata, di ritorno dalla casa di un altro studente squattrinato come me, ho avuto un orgasmo, credimi.

Però è strano, dai, che noi umani siamo così stupidi, che non ci mettiamo a remare insieme, che speriamo nel fallimento dell’altro, favorendo un circolo vizioso dal momento che è pieno di altri che sperano lo stesso per noi. Le neuroscienze stanno dimostrando che non saremmo realmente così, anzi, è provato che la maggioranza di noi è altruista, cooperativa, onesta e orientata verso obiettivi gruppali. Questi sono i codici del nostro patrimonio genetico, eppure… non li seguiamo.

Hai mai pensato che, forse, è proprio questa nostra convinzione di essere opportunisti, lontani da uno spirito collaborativo a spingerci verso comportamenti che si autodeterminano? 

Penso a me, tanto tutti pensano a se stessi è diventato un mantra e lo spiega l’economista Robert Frank in un libro del 1988, Passion within reason:

“Quello che pensiamo di noi stessi e delle nostre potenzialità determina ciò che aspiriamo a diventare (…). Gli effetti perniciosi della teoria dell’interesse personale sono stati assolutamente deleteri. Spingendoci ad aspettarci il peggio dagli altri, tira fuori il peggio di noi stessi: temendo di fare la parte dell’idiota, siamo spesso restii ad ascoltare i nostri istinti più nobili.”

Alla prossima,
Sergio Omassi

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Sergio Omassi

Sono un life coach e un formatore: ti aiuto a prendere la direzione migliore, rispettando la molteplicità che ti contraddistingue.


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