>
Stampa questa pagina
Venerdì, 12 Luglio 2019 11:58

L'umiltà, questa sconosciuta... In evidenza

Scritto da

umilta 01

Poco spazio nella nostra cultura per l'umiltà

Non esistono corsi sull'umiltà, non ci sono lezioni da seguire a scuola. Si può apprendere solo per contagio, oppure dalla vita stessa, con modalità a volte scomode. Per quanti di noi è ancora una parola negativa, una sfumatura che in fondo lede il proprio ego?

 

Prova a fare una ricerca in google...

Ci ho provato proprio stamani: ho digitato la parola umiltà, nella ricerca di immagini del motore di ricerca più famoso del mondo,  ed ho premuto invio.

Per la maggior parte i risultati mi hanno mostrato persone prostrate, inginocchiate, sottomesse, povere, mendicanti, preganti...

Ma siamo sicuri che essere umili si riduca solamente a questo?

Nella Grecia antica, che chi mi segue sa bene quanto ammiro e quanto vorrei che si tornasse ai suoi valori al più presto, era normale il concetto di umiltà, radicato nei valori di una cultura che vedeva l'uomo come mortale e la natura come scenario in cui muoversi e sotto le cui regole vivere e costruire comunità che la rispettassero. 

Nel mondo di Aristotele, il mortale doveva stare molto attento a non peccare di hýbris, ovvero di tracotanza, superbia, eccesso, orgoglio, poiché solamente gli dei avevano diritto di farlo. 

Il monito inscritto sul tempio di Delfi non solo invitava a un conosci te stesso, ma anche a non superare la misura, a stare al proprio posto, a non sconfinare... a nulla di troppo.

Le cose vennero sovvertite dalla tradizione giudaico-cristiana, che diede all'uomo l'immortalità e il potere sulla natura (Genesi: E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra»).

Forse è stato a questo punto che l'umiltà greca... è andata a farsi benedire. Forse è qui che siamo stati legittimati a sentirci superiori alla natura e, spesso, agli altri.

umilta 02Esempi di umiltà intelligente

Un medico in fase di anamnesi, potrebbe sentirsi talmente preparato da evitare di approfondire i sintomi del paziente, dando per scontato che quei sintomi corrispondano a una precisa diagnosi, che potrebbe rivelarsi sbagliata. Tramite un approccio umile e una mirata ricerca di informazioni, invece, grazie a domande finalizzate a capire il problema in maniera più dettagliata, potrebbe aiutare meglio il paziente. 

Uno psicoterapeuta che si senta ormai arrivato, potrebbe trattare a sua volta il cliente come un sintomo che cammina, magari riferendosi a una voce del DSM ed ignorando - ne ho già accennato in precedenti articoli - la molteplicità della persona, che, se osservata, potrebbe portare a letture differenti e probabilmente più accurate.

Un chirurgo in sala operatoria, se si fosse dimostrato umile nel rapporto con il team e con i collaboratori, potrebbe sentirsi dire da un'infermiera che sta sbagliando qualcosa durante l'intervento, mentre la stessa infermiera non si permetterebbe mai di sottolineare un errore se si trovasse davanti un primario superbo e vendicativo.

Un leader potrebbe incorrere nel timore di essere percepito non preparato su una qualsiasi skill che gli compete e improvvisare, sbagliando clamorosamente un protocollo operativo per non aver chiesto le informazioni necessarie.

Non è facile nella nostra cultura ammettere di non sapere

Sapere e darne le prove, spesso con tanto di titoli in bella mostra, nella nostra cultura sono oggetto di ammirazione, mentre mostrarsi umili, ammettere di non sapere tutto, cercare informazioni dichiarando la propria ignoranza su determinate cose, implica una perdita di status. 

Questa è la grande trappola in cui cadono tantissimi professionisti e, qualche volta, alcuni genitori, quando si arrogano il diritto di saperne di più dei propri figli... perché ai loro tempi era così, senza pensare che i tempi non sono più quelli, e nemmeno i circuiti neuronali del cervello lo sono.

Ci manca l'autentica curiosità

Non riusciamo ad essere curiosi dell'altro, chiunque egli sia, e siamo portati a non fare domande in generale, ma a dire la nostra, ad affermare. 

Quando domandiamo, fateci caso, spesso sono domande di cui conosciamo già la risposta ed attendiamo conferme al nostro modo di vedere. 

L'altro, la sua interiorità, le sue idee, la sua visione, difficilmente ci interessano, a meno che non siamo in una posizione di dipendenza da lui, ad esempio quando dobbiamo imparare qualcosa che ci sta trasmettendo. 

Le nostre conversazioni sono riassunte su ciò che è stato detto, mai su ciò che è stato chiesto, e questo la dice lunga sull'approccio della nostra cultura.

Cosa ammiriamo?

Anziché la qualità delle relazioni, valutiamo - ed ammiriamo - la competitività, la forza, il prevalere sugli altri, l’alzare la voce più di loro, in fondo molti ammirano chi sa giocare d'astuzia, chi piazza al cliente un prodotto o un servizio che non voleva.

Ancora oggi, nel panorama della formazione personale, spiccano corsi come "prendi all'amo il tuo cliente", quando sarebbe auspicabile imparare ad ascoltarlo una buona volta.

Letto 3004 volte
Sergio Omassi

Sono un life coach e un formatore: ti aiuto a prendere la direzione migliore, rispettando la molteplicità che ti contraddistingue.


SCRIVIMI, TI RISPONDERÒ PRIMA DI QUANTO TU CREDA

Ultimi da Sergio Omassi

Articoli correlati (da tag)